Un’altra Impresa. Un altro leader
Modelli vocazionali di leadership e competizione creativa, l’11 maggio a Torino

La collocazione delle persone in uno spazio organizzato, come un’Impresa nel senso lato del termine, consiste generalmente nel posizionarle in un punto di una matrice organizzativa, attraverso il quale transitano flussi di risorse, conoscenza, informazioni, decisioni che convergono verso uno scopo. Il modello largamente dominante di matrice organizzativa non è disegnato su un piano ma in un solido, un cono per la precisione, che ha un alto e un basso: una gerarchia.

Accantonando il fatto di amare o meno le gerarchie (in astratto si è solitamente molto più egualitaristi, democratici e partecipativi di quanto si riesca ad essere sul piano concreto), si può focalizzare un tema: quale che sia il modello applicato, esistono spazi organizzativi che le persone abitano con maggiore o minore serenità, soddisfazione, risultati?

Ha senso insegnare e forzare la leadership in persone che del leader non hanno il talento né la vocazione, ma forse solo l’ambizione? Ha senso spingere alla battaglia in un ambiente iper-competitivo chi ha altri talenti? Soprattutto, ha senso attrarre (o farsi attrarre) verso queste posizioni di guida e di competizione seducendo con potere, denaro e riconoscimento sociale, o essendone sedotti?

Alessandro Di Stefano, l’11 maggio 2023 a Torino, realizza un laboratorio di ricerca e formazione sul tema della comprensione, rispetto e riconoscimento della dimensione vocazionale, quale leva determinante per la serenità e l’efficacia della persona nella relazione con le Organizzazioni.

Lavora per costruire modelli e strategie che favoriscano l’assunzione di ruoli guida da parte di persone che ne abbiano la spinta interiore e la cui emersione sia incanalata verso progetti di bene diffuso piuttosto che di interesse personale. Lo stesso approccio viene applicato nei confronti dei ruoli orientati alla competizione, affinché siano assunti, per quanto possibile, da individui che, avendone la vocazione, sappiano distinguere il “buon combattimento” dal confronto distruttivo.


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